Dedicato alla memoria di Yoshinobu Nishizaki

Yamato 2520: La Nascita












Conclusa temporaneamente la lunga marcia dedicata alla Rinascita del 2009, (in attesa di nuovi aggiornamenti se mai ve ne saranno) e dopo aver dato l’ultimo saluto al grande Yoshinobu Nishizaki, facciamo un breve salto a ritroso nel tempo e torniamo alla prima metà degli anni 90 quando la resurrezione di Yamato era stata considerata in tutt’altro modo.
Nei prossimi post del nostro blog illustreremo, sviluppando per quanto meglio ci (mi) sarà possibile: la nascita, la produzione e la fine prematura della storia della Yamato della 18° generazione, meglio conosciuta come Yamato 2520.
Molti di voi ne hanno solo sentito parlare, altri invece si saranno già documentati sui vari siti giapponesi e americani, ma per chi non sapesse ancora nulla di cosa stiamo parlando, dirò brevemente che Yamato 2520 è la serie di Oav che Nishizaki produsse all’inizio del 1994 come possibile seguito della serie classica di Star Blazers ma che naufragò improvvisamente al suo terzo episodio lasciandola incompiuta proprio all’apice della sua storia.

La prima volta che l'Italia sentì parlare di Yamato 2520 fu nell’estate del 1994 attraverso le pagine del mensile Mangazine della Granata Press, l’unico periodico (forse) che all’epoca accennò qualcosa sull’argomento.
Dal momento che nemmeno in Giappone allora se ne sapeva ancora molto, l’articolo del periodico non era molto dettagliato, foto in bianco e nero della nuova nave e poche righe che riportavano testualmente: “Yamato il ritorno, è il nuovo film della saga che in Italia conosciamo come Star Blazers, il film è ambientato 30 anni dopo l’ultima serie televisiva, dei vecchi personaggi rimarrà solo Wildstar divenuto capitano della nave”. Nell’articolo si faceva anche riferimento ad una ipotetica nuova serie tv chiamata Shin Uchuu Senkan Yamato (il nuovo incrociatore spaziale Yamato) che sarebbe poi partita all’indomani del film. (notizia in realtà mai confermata fino al 2014 quando Mandarake mise in vendita le bozze e progetti originali).
Poi più nulla fino alla fine del 1996 quando le fanzine dell’epoca annunciavano che gli oav appena prodotti si erano ..insabbiati per via di beghe interne alla produzione.
Da allora di Yamato 2520 in Italia non se ne è occupato più nessuno, le riviste più specializzate come Animania e Lodoss si interessavano a tutt’altri argomenti porgendo molta più rilevanza alle serie che imperversavano allora nel nostro paese come: I Cavalieri dello Zodiaco, Ken il Guerriero e al redivivo Dragon Ball, che ridoppiato, era pronto a tornare in tv (oggi si farebbe lo stesso con One Piece e Naruto).
In Giappone e in America se ne parlò invece un po di più; ma vediamo dunque nel dettaglio cosa accadde a cavallo tra gli anni di Yamato Battaglia Finale e il primo episodio di Yamato 2520: speranza per il domani.

E’ vero, ammettiamolo, con la nostra amata Yamato, questo sproposito di tecnologia ha poco o nulla a che fare se non  per via del nome, tuttavia questo era quello a cui Nishizaki poteva fare appello se voleva risollevare le precarie sorti della West Cape Corporation.
Fin troppo tempo era stato speso in inutili riunioni e incontri con lo staff, e le promesse di realizzare un nuovo Yamato alla fine del 1983 non avevano portato nulla di buono.
L’idea di conferire a Desslok il ruolo di protagonista di una nuova serie di oav era stata (a parere di chi scrive) un’idea grandiosa, magnifica; Desslok era, e resta ancora oggi a distanza di 36 anni, un personaggio straordinario, una figura su cui è possibile costruire una storia incredibile e ricca di eventi affascinanti e inaspettati, ma cancellandola, Nishizaki aveva forse sprecato l’unica occasione per risollevare le sorti della saga.
Forse era tempo di provare qualcosa di nuovo e i lunghi anni di attesa intercorsi tra Final Yamato e 2520 sono la conferma delle incertezze se proseguire o meno una storia che a detta di molti (Nishizaki compreso) non aveva più nulla da raccontare.
Queste preoccupazioni erano dovute soprattutto ai deludenti risultati della Serie III e di Final Yamato, che nonostante l’ottima grafica e la splendida animazione, non erano riuscite ad appagare le aspettative del pubblico lasciando nel contempo nello sconforto lo staff della West Cape Corporation, che vedeva il suo impegno sprofondare rovinosamente.
Molto lavoro era stato fatto per creare la storia della Serie III, ma il pubblico non aveva saputo incoraggiare e sostenere gli sforzi della produzione premiandoli con indici di ascolto soddisfacenti come invece era giusto che fosse.
Negli anni tra il 1983/94 la crescente preoccupazione di Nishizaki verso la sua creatura, era soprattutto quella di non riuscire a trovare una storia abbastanza forte per competere e superare quella delle precedenti produzioni legate alla saga.
E’ facile per chi deve solo guardare un episodio o un film-anime criticare le decisioni o le “indecisioni” di Nishizaki, chi legge penserà che io difenda a spada tratta senza troppe remore le scelte del produttore, ma non ci dimentichiamo che la West Cape Corporation non era la Toei Animation, la TMS o la Sunrise, dove ancora oggi queste possono permettersi...potremmo dire..di fare più di un “errore”; investire troppo su un' idea sbagliata sarebbe stato per la fu Academy Seisaku il tracollo, e continuare ancora con la sceneggiatura originale di Yamato poteva non essere una buona soluzione..
nota la stessa Rinascita realizzata lo scorso anno dopo Yamato 2520 che basa la sua sceneggiatura sui vecchi clichè delle produzioni degli anni '80 ne è la conferma: alle classiche e "già-viste" avventure della corazzata Yamato, il pubblico giapponese preferisce invece quelle più fantasiose e bizzarre della ciurma di Rufy e compagni e i risultati cinematografici e televisivi ne sono una chiara dimostrazione.
Il film di One Piece dello scorso anno ha fruttato alla Toei la bellezza di 60 milioni di dollari, mentre la serie tv si sta avvicinando rapidamente al suo 500esimo episodio: di fronte a tali statistiche è facile comprendere che il pubblico e le odierne generazioni che guardano gli anime sono cambiate, questo prova anche che non è indispensabile una buona animazione per decretare il successo di una serie tv o di un film, ma che sono soprattutto la raffigurazione caratteriale impressa ai personaggi unita ad una buona dose di divertimento e originalità la vera forza trainante di un successo.

La Yamato nell'Episodio 2 mentre
decolla dal pianeta Rinbos
Nishizaki non voleva fossilizzarsi su qualcosa che stava morendo e aveva pensato che era giunto il momento di provare qualcosa di diverso.
Decise così di rischiare.
Purtroppo per lui e per gli entusiasti (come me) che si aspettavano qualcosa di grandioso da questa nuova idea, i risultati si rivelarono una cocente delusione, esattamente così come era accaduto nel 1985 con Odin il veliero dello spazio, che nonostante l’uso dei sintetizzatori controllati al computer, dell'hard-rock e di un sacco di nuove tecniche di illuminazione per l'animazione, venne definito dallo stesso Nishizaki come un grande fallimento: un progetto pensato per svilupparsi in 12 episodi ma ridotto ad un film di 2 ore e mezza, la storia di Odin, come quella di Yamato 2520, non aveva rispettato le sue aspettative e il costo per la produzione aveva avuto un effetto disastroso sugli introiti della società e sui suoi progetti futuri.
Nel Dicembre del 1987, cioè 4 anni dopo Final Yamato, sulla rivista del fan club ufficiale dell'anime Nishizaki parla di una nuova storia per il 1988 e comunica che questo nuovo lavoro avrebbe superato quelli precedenti, ma troppo tempo era ormai trascorso dal rilascio di Final Yamato senza che nulla di concreto fosse stato effettivamente realizzato e riparlando ancora della sua intenzione di cominciare la serie di 6 oav dedicati a Desslok, il produttore confessava di aver preparato e scritto diverse sinossi, ma tutte sembravano imitatrici del vecchio Yamato.
Il produttore aveva discusso a lungo della questione in numerosi incontri con il resto dello staff e con lo stesso Matsumoto con cui aveva riavviato il piano della sceneggiatura molte volte, ma alla fine nessuna delle soluzioni proposte si adattavano a ciò che si desiderava fare.
Nishizaki pensava di aver detto tutto nella saga appena conclusasi e per lui era giunto il momento di voltare pagina e creare qualcosa di nuovo e differente.
L’ipotesi di costruire una nuova Yamato, diversa, ma nella sostanza abbastanza affine nella forma e nello stile grafico alla precedente, gli venne in mente rimuginando su che cosa sarebbe uscito in superficie dal mare ghiacciato di Acquarius una volta iniziato il lavoro di produzione: quale forma avrebbe avuto la nuova nave? Una del tutto simile alla precedente, o un modello totalmente nuovo?

Alla fine non ha dubbi e decide che disegnarne una totalmente nuova è la soluzione migliore e questo nuovo lavoro doveva compiersi con 4 elementi che lui considerava essenziali:
-imprimere alla nuova storia un concetto che si basasse sul rapporto umano fondato sulla famiglia.
-stabilire come ridisegnare la nuova Yamato.
-cercare nuove idee per l'impostazione SF.
-un avversario su una scala molto maggiore di quelli precedentemente affrontati dalla prima nave.
Queste erano le direttive che il produttore consegnò al suo staff nel corso dei successivi mesi e che rispose con idee e sinossi molto intriganti.
Fu la sceneggiatura dello scrittore Souji Yoshikawa che Nishizaki scelse come quella definitiva per il nuovo Yamato, l’unica che meglio avrebbe ereditato la sensibilità e il dramma umano dei precedenti lavori. Nishizaki era entusiasta di rianimare la sua leggenda ambientandola in una sorta di grande futuro, dove né la nave originale, né i personaggi classici sarebbero rimasti, forse le sue speranze erano quella di replicare con Yamato quello che gli americani avevano compiuto nel 1987 con Star Trek: creare appunto una The Next Generation.
Ora che il problema della sceneggiatura era risolto, rimaneva quello di come progettare l’aspetto della nuova corazzata. Il precedente Yamato era stato costruito sul design classico della corazzata originale, tuttavia se si voleva proseguire con la storia, era necessario che anche il design dell’astronave progredisse assieme con la futuristica tecnologia del 26° secolo.
La sfida da accettare era quella di prendere la versione della Yamato di Matsumoto, modernizzarla, ma lasciare che mantenesse lo stesso profilo riconoscibile e caratteristico della prima nave. Nishizaki pensa che in Giappone non vi sia un designer in grado di farsi carico di questo compito e a metà febbraio del 1988 decide di andare in America per avvalersi dei servizi di un designer di fama mondiale e per creare quella suspance di cui era maestro, parte senza dire a nessuno (del pubblico) quale sarebbe stata la sua effettiva destinazione .

La nuova Yamato così come appare nell'episodio presentazione: Yamato 2520 vol 0

Al suo ritorno dall’America, le immagini del nuovo Yamato sono pubblicate nella rivista del fan club ufficiale nel numero di Giugno del 1988, (chiusa poi nello stesso mese del 1991) i progetti e le foto della nuova astronave (immagini che furono inserite poi nei box di Laser Disc della Serie III) mostravano la firma del famoso studio americano Syd Mead.
nota. Syd Mead è il laboratorio grafico creato Sydney Jay Mead il noto designer, scrittore di libri e disegnatore statunitense. Per parlarvi di Syd Mead citerei un passo di un articolo di Carlo Randone. Randone nel suo scritto "SYD MEAD, VISIONI DI UN DESIGNER", definisce l’Industrial Designer, come un illustratore più o meno "visionario".. (in senso positivo ovviamente..) molti, comunque, preferiscono definirlo come colui che meglio di altri ha saputo tradurre in immagini alcuni aspetti del cosiddetto "American Dream".
Un elemento che ha costantemente accompagnato il lavoro di Syd Mead è sempre stata la forte attenzione nei confronti della plausibilità tecnica delle sue visioni: improbabili, forse, eppure mai impossibili.

Immagini di presentazione di Yamato 2520
dal box LD di Yamato III
La sensazione di Realtà che scaturisce con impeto irresistibile dalle sue opere coinvolge profondamente, ed uno degli elementi che scatenano questo coinvolgimento è da ricercarsi proprio nella stimolazione più o meno conscia che le sue illustrazioni suscitano per la loro "plausibilità", sia storica che tecnologica; il tutto supportato da una indiscutibile abilità e da un raro talento grafico.
Syd Mead Inc era già famoso all’epoca in patria per il concept artist in numerosi film di fantascienza prodotti negli anni ottanta e novanta come Blade Runner, Tron, Aliens e il primo film di Star Trek. Oltre a Nishizaki, anche Yoshiyuki Tomino nel 1998 si sarebbe poi avvalso della collaborazione del celebre studio per la realizzazione della parte concettuale del mecha design di Turn A Gundam.
Nei 4 mesi in cui Nishizaki era partito per gli USA non si erano fatti grandi sforzi per la stesura definitiva della sceneggiatura, ma sembrava che in quel momento si fosse più interessati all'aspetto esteriore della nave piuttosto che preoccuparsi della sostanza della trama, ma ora che tutti finalmente sapevano chi era il misterioso progettista che aveva dato forma alla nave, occorreva rimboccarsi le maniche e conferire tridimensionalità alla nuova arrivata in modo riversare il suo aspetto effettivo in animazione.
Per realizzare la versione 3-D è chiamato il giovane Makato Kobayashi (responsabile poi del mecha design dell’anime insieme ad Atsushi Takeuti e a Takashi Hashimoto; nel 2009 Kobayashi curerà anche i modelli per la Rinascita). Poco tempo dopo, alcune foto del modello finito appaiono sulle riviste specializzate (tra cui anche il famoso Hobby Japan) e questo significava che l'effettiva produzione degli Oav era ufficialmente cominciata.
continua..








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